L'Arcano inesistente.

Tra i Trionfi c'è chi è Matto e non sa dove stare. C'è chi è Appeso e deve decidere. C'è chi "cerca l'Uomo" con le lampade ad olio e chi è Senza Nome e fa molta paura.
Poi c'è Naeratus: l'Arcano inesistente.

mercoledì 28 dicembre 2011

Le perle nella carne.

S'incamminava nella notte trafitta di stelle con il profumo di un tabacco non suo sulla pelle.
Il tabagismo l'aveva sempre affascinata, purché non fosse il proprio.
Quando le domandarono se volesse da fumare, rispose con garbo: “Solo cavendish. Al cherry”. 
Incassò più di uno sguardo stranito in meno di un mese.
E con una smorfia sotto il rossetto rosso sbavato si chiese cosa le importasse. Fece spallucce e pensò al buio liquido.

Il buio liquido lo trovi nelle notti senza luna e senza speranza. Anche perché, tutto sommato, la speranza te la accendi da sola. La speranza è un'abat-jour. E adesso le lampadine ad incandescenza sono fuori commercio.

Con gli occhi malcelati da riccioli e parrucche spacciava definizioni come si spacciano i sogni
Come si spaccia la droga. 
Preferiva i primi, per quanto i guadagni ormai si stessero facendo magri e il dolore sempre più pericoloso.
Ma anche con i sogni vige l'assuefazione.
Come pure la crisi d'astinenza.

Fu così che, con una pelliccia cucita da sola, corse da una macchina all'altra, cambiando sedile come si cambiano le calze bucate. Già, c'erano anche quelle.
E una bottiglia di whisky. E un tappo al cherry da leccare. E lo smalto che sarebbe dovuto essere sbeccato a quell'ora della notte. Ma reggeva come non mai, ridicolizzando la serietà delle lacrime trattenute in uno sgargiante rosso carminio.
...è la vita.Lo pensava solo in francese. Quando accadeva, precedeva l'esplosione. Le bombe quando scoppiano tra le orecchie lasciano spazio solo al silenzio.
Premette forte la decolletée nera sull'acceleratore. Se l'avessero fermata avrebbero annusato uno Chopard a forma di cuore. “Mi lasceranno andare.” Fece finta di sorridere “...Anche loro.

Pensava alla nobiltà fottuta e alla pelle bianca.
In quel turbinio di psicosi, dove la schiera delle stelle fisse s'inchina a Copernico, si era cucita le perle nella carne e, ballando a occhi aperti nel buio, s'era promessa d'attendere chi fosse stato così abile da fargliele scivolare via. Mentre ripercorreva i suoi giuramenti, e le leccate altrui che ti lisciano l'anima, tirò il freno a mano. Accese il tabacco fermandosi davanti ad un albero solo e concluse, tra sé e sé “farle scivolare via...senza strapparmi di nuovo la pelle di dosso”.

Quanti occhi aveva visto, in così poco tempo. In ogni colore alberga una storia. “Mi mancava solo un racconto...chiaro.”. Sbuffò l'aria caliginosa tra il volante e il finestrino e disegnò uno dei soliti simboli. 
Pensava alle Terre d'Oriente. Ai prati segreti. Alla nebbia che lascia spazio alle radure...miracoli nei quali d'inverno puoi solo sperare. “C'è tanto tempo”, del resto.
Adesso che era mezza stordita da un nuovo bourbon e dall'ossigeno rarefatto, si era appena inventata una favola di pirati, con le onde alte e mare turchese. La battaglia di una notte. 
Sai com'è, per non sentirsi soli...per non sentirsi vuoti. (O svuotati? Ma alla fine...che importa?)
Ci avrebbe trovato Dio, se solo avesse avuto ancora la voglia di fidarsi di lui.
Occhi...Chissà quanti. Nuovi, ma usati. Per cercare. Per trovare. Lo specchio di un'illusione. Il dubbio che tiene in vita.
Si grattò i lividi sugli avambracci e sulle cosce. “...è l'inconveniente di lanciarsi nel vuoto”. Poi guardò le bruciature sulla gola e sulle guance. Nasconderle con il fondotinta sarebbe stato un gioco noioso, adesso che le facevano credere di essere così brava con il trucco.

Quando il motore d'avviamento fu caldo, forse sin troppo, si lanciò in un tunnel di stelle.
E vennero le chiavi nella toppa. E lo scialle d'argento che cadeva a terra. E in punta di piedi, respirando quel luogo dove regnava puzzo di aria fresca, sorrise allo specchio, di fronte al rimmel che aveva retto in modo quasi incredibilmente dignitoso.
Aveva venduto di nuovo mille immagini gloriose di un altro sé. E, tutto sommato, anche di questo sentiva di andare fiera.
...ma è troppo tardi stasera”. Decidendo di lasciare la matita nera sugli occhi, affascinata dall'idea di un cuscino come Sindone Profana tutta personale, si spogliò del vestito di tulle e taffetà.
Il telefono vibrò sulla tavoletta del cesso. “Pensa te, la telepatia...”; e non perse occasione di sorridere.
Aggrottò un sopracciglio e controllò come il taglio sul petto fosse ancora fresco: “A posto, grazie.” 
Mentre rispondeva, le scivolarono le carte dalla trousse dei rossetti. Le cadde l'occhio su un paio di assi e distrattamente giocò per un attimo con i calli delle dita
Fa molto meno male di tutto il resto...Domani, però, passa a prendermi la penicillina.

martedì 15 novembre 2011

Essere.

...Io non sono un voto su un libretto. Io possiedo dei voti su un libretto. Ma io non sono loro.

Io sono il caos...sono sorrisi...sono disperazione...sono musica. Io sono carne e sangue. Sono la mia storia...sono i miei errori, le mie passioni, le mie vittorie e le mie sconfitte. Io non sono un trofeo. Io sono una persona. E come una persona amo...e provo delle paure...e provo delle voglie.
Perché Chiara è Chiara. Non è una macchina.

Un bacio a chi vive della notte e a chi fa di amore e morte la linfa di tutta un'esistenza.

sabato 15 ottobre 2011

Buonanotte di salmastro.

Camminò a lungo dopo il suo ritorno. Il cielo che gli aveva regalato il respiro, ormai stava già dormendo. Nemmeno le rotaie ferite dalla ruggine e dalle lacrime erano riuscite a distoglierlo dal profumo del sale.
Infilò le cuffie alle orecchie e si diresse con passo sicuro verso dove tutti avrebbero saputo che sarebbe andato se gli fosse stata data la possibilità di scegliere. Stivali ai piedi.
Era l'unica anima nel silenzio e non aveva, per poco, una coda morbida.
Ma il rumore del cuoio lo faceva somigliare quasi a una donna.
Mi basta questo.” Fece finta di accendersi una sigaretta “Non mi serve esserlo.” La spense nella sabbia e sorrise “...Non mi serve averlo.” Leggeva libri di alchimia quando sfidò gli scogli bianchi.

Sento freddo...” I peli sulle gambe erano spine.
I capelli ricresciuti da un pezzo. L'ultima volta che li aveva tagliati sapevano di buono. Adesso, però, aveva deciso di portarli con l'odore del vento.

Spalancò le palpebre. Con le pupille, con le unghie, nel ventre...Avrebbe divorato qualsiasi cosa. Qualsiasi gesto. Carne. Parola. Sguardo. E i ricordi che graffiavano le guance. E quegli occhi che stupravano i suoi pensieri. La Terra della Luna aveva avuto un senso anche nelle notti di buio liquido, quando si ruba la vita e si abbandona per strada ogni logica.  E si accolgono i figli del dubbio.
Questa sera invece la notte proiettava anche le ombre...e parlava degli altri e di sé stessa.

“Dove sei?” si alzò di scatto. E iniziò a vomitare una corsa sul muro frangionde. “Dove sei andato?”
Da solo. Così solo non c'era mai stato. Così vuoto e così pieno. Così tutto.

Si frenò, colto dal tepore dell'inaspettato. Un gatto gli camminò incontro. Gli fece le fusa ai piedi di Stella Maris. Come se fosse stato il tramonto. Come se fosse stata l'alba. Come se fosse...la vostra tenebra è un'illusione per chi custodisce la luna.

Non ingannarmi...” Rideva. Respirava.
In bilico con le punte dei piedi tra gli elementi, giocava ad essere il fuoco...ma si sentì chiamare per nome.
Sapeva di pelo e di magia. Senza guardarlo glielo promise. Con il solo tono della voce. Con gli occhi chiusi, per confondere la luce. “Io...solo perché a modo mio ti amo. Io...te lo impedirò.”

giovedì 22 settembre 2011

L'ultimo passo per tornare a correre.

Questo era davvero l'ultimo passo che mancava per tornare a correre.
Sono stanca di nascondermi. Non c'è ragione. Non ho bisogno.
Non voglio più togliere il disturbo. Mi avete frantumato l'anima in mille pezzi. Straziata, violentata, uccisa. Massacrata in un angolo nella mia Nigredo.

Da dietro le grate, in una sola sera, la storia della mia vita. Ho mescolato i ricordi. Ho rinchiuso i giorni nei giorni. Ho scelto di annusare il tramonto.
L'olfatto incide la memoria e richiama i rigurgiti di emozioni. Quelli che vengono da dove è profondo. Quelli che arrivano alle vibrisse dei gatti, come alla pelle degli uomini.
Ho passato occhi su occhi in rassegna. Mi sono respinta. Mi sono riconosciuta.

La rabbia è ciò che mi mancava. La sola che potesse chiudere questa mezza danza macabra.
La sola che può proteggere chi davvero non ha colpe.


Adesso non lascerò che nessuno ferisca il mio mondo.
È in bilico. È incerto. Ha parole silenziose.
Ma sento che è bello.
Ha la fragilità e la forza di un sorriso e io giuro di volerlo difendere col sangue.

Adesso ho Altro a cui pensare. È qualcosa di importante. Ha qualcosa di vivo.
Con libertà e poesia”, mi hanno suggerito...E ha un gusto che mi è piaciuto.
Adesso è il momento di passare al Maggiore.
Adesso.
Adesso...Albedo.

giovedì 15 settembre 2011

Bianca.

Bianca stava ascoltando la musica e non sapeva che quattro giorni dopo il disco si sarebbe rotto.
Il ritmo del reel aveva incalzato talmente tanto che era andata fuori tempo.
Rovinosamente.
Qualcuno sa che le fu offerto un metronomo usato.
Rifiutò senza pudore, rischiando da sola il disastro.
Adesso sta ballando da sola in mezzo al giardino. La musica si è svegliata dentro.
I vicini si affacciano alle finestre. Sembrano gatti rossi.
Mi guardano male” lei pensa. Quando pensa di meno invece crede che siano semplicemente sordi.
Nel mentre, sogna di partire per il Nord.

Bianca è l'ombra di un superlativo.
Bianca ricorda e sente. Ascolta il sangue dentro.
Davanti ai fiori dei castelli respira la notte e il giorno, abbraccia l'universo e la terra, lecca le ferite proprie. E altrui.
Cerca nuove canzoni.
I vicini la chiamano e non la trovano. Sembrano formiche.
Certo, ma solo se li vedi qui dall'alto” lei mormora. Quando invece sprofonda nel mare...non li vede. Quindi non ci sono.
Nell'acqua il suono è un'onda. Fu per questo che gli diede la mano.

Bianca ha bisogno di nutrirsi.
Beve caffè e spine. Annusa tabacco. Infonde mescalina.
Quando si sbucciò il ginocchio ci pianse sopra.
Poi era il segno di un viaggio. Lo reinventò e lo coprì con la garza bianca. Bianca.
I vicini non lo sanno. Sembrano ombre lunghe nella sera.
Dipinge quadri con gli odori.
I tramonti, ad esempio, profumavano di sale. Adesso sanno di ippocastani. Domani...
Domani chissà se avrai ancora un naso” lei scherza. Ma crede di sì.
Fa sempre una faccia buffa quando gioca. E, detto questo, regalò un sorriso in apnea.

Bianca scrive perché non riesce a parlarsi.
Bianca si manca, ama e non rinnega.
Osservare e domandare. Tutto è lecito. Rispondere è solo cortesia.
Come quando bussi...come quando telefoni”.
Come quando ti guardi e non sai dove andremo.

giovedì 21 luglio 2011

Pilastri del mio incanto per la vita.

Il salmastro sbuffava nel vento mentre le ombre si allungavano verso gli stecchi portati dal mare in piena libecciata.
I vecchi avevano sempre insegnato che il libeccio scuote le onde per tre giorni. Io credo adesso che entrambi iniziassero a dubitare della saggezza popolare. Il punto è che rimaneva loro ancora quel sacro timore che impediva di contraddirne parole e concetti. Ma tant'è...

Le orme sulla sabbia si disegnavano pesanti e leggere. Erano le impronte di una vita.

Quante cose che dicono le orme sulla sabbia...Voltarsi e riosservarle mette in discussione ogni certezza. Sempre che ne esista qualcuna veramente vera in questo mondo. Uno si girò, seguito dalla fede dell'altro. La fede è il dubbio...non so se si possa dire il contrario. Ma che importa?

Si fermarono e si sedettero a perdere lo sguardo nell'acqua. Poi tra le nuvole che avevano le forme che dicono i bambini. Poi il monte ferito, che se ci pensi ti verrebbe da scoppiare a piangere. Io però li vidi sorridere di nuovo.

Si avvicinò con un abbraccio caldo, di quelli che non possono non aprirti il cuore: “A cosa stai pensando? Dimmi quello che vuoi dire. Ti prego...Dimmelo...” Lo ripeteva.

Lo sentiva. Lo ascoltava. Sorrise.

...Al liceo, quando ti riempiono la testa di epica ed etimologia, lo avevano tradotto in dolore del ritorno. L'Odissea, ora, era uno dei suoi libri preferiti...e sa Dio quanti sberleffi si sarebbe dovuta sorbire se avesse detto anche questo. Ma l'etimo e le parole, senza colpa, possono sfregiare le emozioni, nel nome della fretta del dover comunicare.

Con l'indice tracciò un quadrato sulla battigia e completò un disegno.

La nostalgia inizia quando una presenza getta uno strascico nell'anima.

“Non sono mai rimasta aggrappata così tanto a questo posto, perché questo posto aveva roccia e sale...ma non aveva occhi.”


Porque eles fazem parte do mundo que eu,
tremulamente, construí,
e se tornaram alicerces do meu encanto pela vida.
(Vinicius de Moraes)

[Perché fanno parte del mondo che io,
in tutta la mia insicurezza, ho costruito,
e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita]

sabato 16 luglio 2011

Le donne...

Le donne imparano a non parlare.
Le donne sanno. Assaggiano nell'aria il profumo dei capelli e si fanno accarezzare solo da chi custodisce il sacro calore umano. E gliene sono grate.
Le donne sono come i gatti.
Le donne ascoltano, ripetono. Sussurrano. Pensano troppo e pensano che non sia mai abbastanza.
Le donne sorridono in controluce. Si pettinano i boccoli arruffati dal sale e non sanno di essere viste. Può darsi. Forse sì.
Le donne ti guardano al tramonto come se fossi il mare, come se fossi il sole. Come se fossi l'Ombra. E sanno che sei luce.
Le donne contano le rughe e gli anni. I capelli bianchi. Scherzano e non c'è rancore.
Le donne piangono per non dire. Ridono per parlare.
Le donne ascoltano il sangue che scorre nel torace, nelle braccia, sulle guance. Respirano del tuo respiro.

Le donne possiedono tutti i nomi. Ma osservano in silenzio.
A cosa servono le parole quando non possono raccontarti il mondo?

mercoledì 23 febbraio 2011

Le parole.

Se ne stavano uno accanto all’altro, davanti alla finestra, in un silenzio immenso che aspettava solo che l’alba sorgesse di nuovo.
Un po’ di fumo, tutt’intorno, rendeva quell’atmosfera già un po’ blasé di chi pensa e non parla, di chi osserva e non dice, un cubo di aria al sapor di anice e cannella.
Con un retrogusto di rosa…ma quello si sente sempre dopo.

“Sai qual è il problema?”

Anche i fiori secchi respiravano la notte.

“…A proposito di cosa?”
“Di tutto…e di niente.”

Le ombre iniziavano ad apparire sugli alberi di fronte al davanzale, con una timidezza degna solo del crepuscolo.

“…Il problema è quando non trovi più le parole per raccontarti.” La brezza lassù era fredda, nonostante si fosse già varcato giugno. “…A quel punto, non so…o cerchi un buon suggeritore…O non ti resta che chiamare il sipario.”
Tagliò la sottile colonna d’incenso con una mano ed accennò un sorriso al sapor di limone.
Aveva un che di buffo il riflesso del buio della stanza su quel vetro irrimediabilmente ticchettato da una pioggia un po’ vecchia e dalla pigrizia.
L’altro si scostò dal davanzale con un gesto più o meno deciso: iniziava ad avviarsi verso la cucina, e lui lo guardò con sguardo interrogativo.
“…Ma nessuno ti impedisce di iniziare ad inventartene di nuove.”
Era di spalle. Ma la voce chiarissima.

“Vieni. E’ abbastanza tardi perché il tè sia pronto.”

Lui alzò un sopracciglio e ridacchiò, chiudendo la tenda.

("Le parole." Naeratus, Tallinn - 02 Giugno 2009)

lunedì 7 febbraio 2011

Naeratus, i sogni ed i freni.

Sarà la giornata, sarà l'aria di Milano. Ieri Claudio mi ha stimolato il ricordo, prima di andare a dormire. La cosa terribile è che se ricordi di notte allora non hai più scampo. Finisci dritto dritto in mezzo alle parole, e alle parole dai un'anima di immagine. Così, ti rapiscono i sogni.
I sogni mi hanno portata nella loggia del Raekoda. Mi ci sono nascosta ed ho sorseggiato tè bianco. Proprio quel tè bianco che nei giorni della birra dello studente (sostanzialmente ogni santo mercoledì al Molly Malone's, a sinistra guardando la Tudengimaja) mi ostinavo ad ordinare, quando la cameriera finta mora passava al tavolaccio con non-chalance convinta che tutti si abbandonassero al due birre al prezzo di una e si imbatteva nell'eccezione che conferma la regola. Solo ora mi balena in mente che abbia pensato che fossi o totalmente pazza o ostinatamente oppositiva. "Cosa volete?" "Birra" "Birra" "Birra" "Birra" "Tè bianco, grazie" "Scusi?" "Tè bianco" "Tè bianco?" "Esattamente, grazie" "Ne sei sicura?" "Se le dà fastidio posso scriverlo io..." ...e un sorriso. Naeratus. Non era una risposta cattiva, devo precisarlo...alla fin fine ridacchiò anche lei, qualcosa di quasi osceno per la compita serietà che si ritrovano. Alla lunga, poi, ci si era abituata.

Mi manca. Mi manca. Non dovrei più pensarci a Tallinn. Sono plurimaniaca ma monotematica. Ogni sei mesi ci ricasco e mi stordisco di ricordi.
Quando penso sono una bicicletta senza freni.
Se continui così, prima o poi andrai a sbattere su qualche muretto, te lo dico io. Ma se ti conosco bene, recupererai anche la ruota sghemba e ricomincerai a pedalare. Tanto, che differenza fa? La meta è un surplus...l'importante è viaggiare.

giovedì 3 febbraio 2011

Per la nostra salute.

Fanno le campagne contro il fumo, per la nostra salute.
Fanno le campagne contro l'alcol, per la nostra salute.
Fanno le campagne a favore del preservativo. Va bene, non le fanno più, probabilmente per non ledere la sensibilità di chi si scandalizzerebbe a pensare che è meglio un preservativo oggi che un aborto o un malato di AIDS in più domani, ma insomma, comunque sia, lo facevano per la nostra salute.
Si preoccupano dei grassi insaturi, dei polinsaturi e degli additivi nelle salse dei fast food, per la nostra salute.
Potrei indicarne per ore di cose che fanno per la nostra salute. Posso anche azzardare un “sono d'accordo”, che io le appoggio le campagne per la nostra salute, credo nella comunicazione (come potrei non farlo?) se coerentemente seguita dai fatti.
Coerentemente. Questo è il punto.

Da 21 giorni il livello del PM10 (per gli amici, “polveri sottili”, yo fratello!) a Milano sta superando il limite fissato dalla legge: 50 mg al metro cubo. Non siamo a 51. In zona Città Studi siamo a 120. Più del doppio. Per la nostra salute.
Dunque, 120 mg al metro cubo zona Città Studi. Non basta? 130 mg al metro cubo zona Verziere. Non basta? 159 mg al metro cubo via del Senato. Più del triplo. Per ventuno giorni consecutivi.
Per la nostra salute si sono inventati il blocco delle auto la domenica.
La domenica a Milano non girano auto. Di per sé. Non serve il blocco delle auto per bloccare le auto, la domenica, a Milano.

Giovedì scorso passeggiavo in corso Buenos Aires. Ho sorvolato le vetrine, con l'occhio lungo. Ho avvistato una farmacia. Ci sono corsa incontro.
“Le mascherine antismog? Mi spiace. Non le abbiamo più quelle apposta della Chicco”. Ok, fa nulla. Passami le Pic anti-polvere. Qui si dice “Piutost che nient, l'è mei piutost”. Sono un cane a traslitterare. Spero passi il senso.
Ho vagato per mezza Milano travestita da bandito bianco. Come me, tanti altri. Piccole incognite nello smog, ci riconoscevamo solo dagli occhi e dalle mani. Sempre che non si indossassero i guanti. Stanno per proibire il burqa a Sesto. Noi indossavamo il burqa dell'anti-inquinamento. Il burqa del polmone e dell'apparato respiratorio. Per la nostra salute.

Lo smog sa di acido e ti attacca in gola. Ti viene da ringraziare di avere il raffreddore la sera, quando soffiando nel fazzoletto bianco, il muco esce nero, alla Armani. Alla moda. Milanese. Per la nostra salute.

Perché scrivo? È un po' che non lo faccio, prendendomi sul serio.
Prima ho sentito il sindaco, Signora Letizia Moratti, dichiarare che al Comune di Milano “sta a cuore la salute dei cittadini”.
Torno in Rete e leggo che sono previste anche ulteriori deroghe e zone finestra per il blocco di domenica prossima. Accorceranno il fermo del traffico anche la domenica, per intenderci. Per la nostra salute. Pare ovvio.

Oggi uscirò di nuovo. Con il mio burqa bianco. Girare mascherati è vietato per legge, senza volerne approvare di nuove. Mi aggrapperò alla scusante del Carnevale. Ormai è prossimo. “Sono travestita da persona che non vuole intossicarsi”. Valido, no? Alla fin fine, vendono i costumi da “piccolo mafioso” (ah! Le subculture!) - io lancio la moda della “persona che non vuole intossicarsi”.

Fermano il traffico la domenica perché ci hanno a cuore.
Ogni mattina, mezzogiorno, sera di un qualsiasi giorno lavorativo, un serpentone di macchine ferme al semaforo è sotto casa. Viaggiano a passo d'uomo. Per minuti lunghissimi. Per ore.
Ma non esistono i blocchi del lunedì, del martedì, del mercoledì, del giovedì, del venerdì. Nemmeno del sabato.
Nei condomini il riscaldamento si accende a tutta birra a metà ottobre, quando il fantastico microclima padano ci regala i gelidi 22 gradi centigradi all'ombra, e si spegne a fine aprile, mentre le finestre dei freddolosi restano aperte perché "qui fa troppo caldo".
Questa è la vostra ipocrisia. Quello che avete a cuore è la vostra faccia imbellettata davanti ai microfoni che io conosco bene, signori del traffico, paladini dell'aria. Non sapete nemmeno dove sta di casa, la nostra salute.
L'economia dello smog di Milano è quello che muove i vostri portafogli feriali. Lei no, non può e non deve fermarsi.
Così, quando si baserà solo sui becchini e le pompe funebri (chiaro: finché anche loro avranno un lavoro), capirete cosa bisognava fare. Questa volta, davvero. Per la nostra salute.

venerdì 28 gennaio 2011

Naeratus, Fruffus e la vita quotidiana.

Fruffus: "Ma perché non schiacci l'erogatore della crema normalmente?"

Naeratus: "Non ci riesco!"
Fruffus: "Certo che se non togli il blocco..... "
Naeratus: "Ma...ma..io ci avevo provato! Giuro! Non mi riusciva! Non l'avevo visto!"
Fruffus: "A quanto eravamo? 107 e Lode? Questo merita un 97. Forse la lode ti viene anche tolta."
Naeratus: "NOOO! Ti prego! Noooooo!!!"

Naeratus, l'imbranataggine manuale ed i punti decurtati dal 110 e Lode.

giovedì 20 gennaio 2011

Solo una rosa.

C'era una rosa sulla passeggiata per il molo di levante.
Un gambo nudo e scorticato, il capo calvo di petali ed una gonna di carta stagnola che luccicava al sole.
Calpestata da suole e vecchia pioggia, un corpo straziato vivo.
Il mio destino è il tuo destino. Anche a te sono rimaste le spine addosso.
Le spine a volte non si tolgono nemmeno con i coltelli da giardiniere.
Spero che ti sia stato preferito un bacio. Non voglio che anche le rose siano un rifiuto del mondo.