L'Arcano inesistente.

Tra i Trionfi c'è chi è Matto e non sa dove stare. C'è chi è Appeso e deve decidere. C'è chi "cerca l'Uomo" con le lampade ad olio e chi è Senza Nome e fa molta paura.
Poi c'è Naeratus: l'Arcano inesistente.

Visualizzazione post con etichetta streamofconsciousness. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta streamofconsciousness. Mostra tutti i post

venerdì 11 maggio 2012

Pezzi di bottiglia.


Correre. Avrebbe voluto che fossero le sette di sera, mentre tra un incontro e l'altro – tanto per cambiare – era arrivato già il tramonto. Normalmente sceglieva di farlo in solitudine, per parlarsi e respirarsi. 
Per non dover dissimulare le smorfie buffe che si dipingevano tra naso e bocca con ogni fitta al ventre. Anche quelle, del resto, erano solo sue.
Doveva arrivare fino alla cima. Se lo era promesso...e, più o meno, pensava che ogni promessa fosse un debito.
Nel mentre, a volte ridacchiando, a volte no, passava in rassegna le voci del conto economico.

I filari di viti e qualche olivo segnavano i ricordi. Fotografie già viste. Impressioni di luce. E di DNA. Un po' come le rughe.

Ai vecchi che la fermavano (e che di rughe ne avevano qualche manciata in più, bisogna pur ammetterlo) e che la chiamavano con nomi diversi, ma mai davvero il suo, regalava un cenno col capo. 
Qualcuno le chiese cosa stesse cercando. Si toglieva le cuffie verdi dalle orecchie e rispondeva con...un sorriso.
Un amico la aveva apostrofata un pomeriggio: “...Lo fai perché non sai cosa stai cercando. O forse perché ti piace sin troppo cercare”. Trovò che non era utile domandarselo oltre.

Le rocce erano colture di muschio e il rumore della sera, lanciato dalla brezza come in un tiro a porta vuota, era un libro in braille di storia. Invidiabile, da chi la storia l'aveva cancellata.

Le venne in mente Bauman che autografava i suoi saggi di sociologia. Un quadretto accademicamente simpatico, specie perché non l'aveva mai visto. “In un mondo di anime liquide, io sto evaporando”. Fece spallucce e ritenne che sono cose che possono capitare quando il cuore è un circuito senza ventola di raffreddamento. Avanti.

Pregò, senza farsi vedere, socchiudendo gli occhi agli ultimi raggi della giornata. Sfioravano la pelle...quello stesso confine inviolabile che nasconde carne e sangue. Li imitò usando i mignoli, solo perché la sensibilità altrove se l'era fottuta da qualche anno. Sorrise. “Corpo.” Sin troppo grande per uno spirito a cui si è sbagliato il lavaggio. Ne pativa la sproporzione smaccata.

Tenendo il passo sulla pendenza s'incontrano delle nicchie. “Ecco...Lì il corpo è perfetto”. Indicava ai suoi amici immaginari la statua di una madre, in tutto il suo realismo in miniatura.
In spiaggia glielo avevano detto "Quest'anno sembri una statua!". Un complimento? Un augurio? Si mise a riflettere.
È carne che non ha odore, carne per cui non si sbanda. Carne di marmo o gesso, senza ammirazione. Non offre piacere. Non offre lacrime. Bah.

Arrivò sulla sommità e rivide quel ragazzo dai capelli color biondo fantasma, affacciato a una finestra. La guardò ridendo di compassione...e, forse, un po' anche di sfida. “Ce l'hai fatta! Di nuovo.”
Lei non ne volle incrociare lo sguardo; tuttavia sentì nitidamente che, mentre si chinava a riprendere fiato e a fissare la terra, aveva proprio il suo posato sulle spalle.
“Cerco frammenti di meraviglia.” rispose sussurrando, mentre faceva ruotare lentamente un fiordaliso lilla tra il pollice e l'indice della mano sinistra.
Chiaro. Dopotutto, c'era chi perdendosi tra i sentieri in collina aveva ritrovato carte abbandonate. A un altro la stessa cosa era capitata lungo un fiume, in una sera di nebbia.
O le balenò un vecchio vicino di casa che andava camminando per fossili e pietre.
Un professore, ricordava, aveva collezionato farfalle catturandole nei prati e facendosele spedire dal Brasile.
Beh. Forse quest'ultimo era un po' troppo di cattivo gusto.

Alzò gli occhi e si voltò di scatto verso i monti.
“La meraviglia è come i pezzi di bottiglia smussati dal mare. Ricordi? Li raccoglievamo e li collezionavamo avidamente...quando tutti ci dicevano che erano normalissimi pezzi di bottiglia. 
Eppure erano gli smeraldi che da bambini riuscivamo a riconoscerci dentro, che ci rubavano l'amore dall'anima.”
Il biondo sorrise, senza proferire parola.
“Torno a valle. Ho qualcosa di prezioso da raccogliere stasera”.
E corse via, abbandonando un fiore sul muretto.

mercoledì 28 dicembre 2011

Le perle nella carne.

S'incamminava nella notte trafitta di stelle con il profumo di un tabacco non suo sulla pelle.
Il tabagismo l'aveva sempre affascinata, purché non fosse il proprio.
Quando le domandarono se volesse da fumare, rispose con garbo: “Solo cavendish. Al cherry”. 
Incassò più di uno sguardo stranito in meno di un mese.
E con una smorfia sotto il rossetto rosso sbavato si chiese cosa le importasse. Fece spallucce e pensò al buio liquido.

Il buio liquido lo trovi nelle notti senza luna e senza speranza. Anche perché, tutto sommato, la speranza te la accendi da sola. La speranza è un'abat-jour. E adesso le lampadine ad incandescenza sono fuori commercio.

Con gli occhi malcelati da riccioli e parrucche spacciava definizioni come si spacciano i sogni. 
Come si spaccia la droga. 
Preferiva i primi, per quanto i guadagni ormai si stessero facendo magri e il dolore sempre più pericoloso.
Ma anche con i sogni vige l'assuefazione.
Come pure la crisi d'astinenza.

Fu così che, con una pelliccia cucita da sola, corse da una macchina all'altra, cambiando sedile come si cambiano le calze bucate. Già, c'erano anche quelle.
E una bottiglia di whisky. E un tappo al cherry da leccare. E lo smalto che sarebbe dovuto essere sbeccato a quell'ora della notte. Ma reggeva come non mai, ridicolizzando la serietà delle lacrime trattenute in uno sgargiante rosso carminio.
“...è la vita.” Lo pensava solo in francese. Quando accadeva, precedeva l'esplosione. Le bombe quando scoppiano tra le orecchie lasciano spazio solo al silenzio.
Premette forte la decolletée nera sull'acceleratore. Se l'avessero fermata avrebbero annusato uno Chopard a forma di cuore. “Mi lasceranno andare.” Fece finta di sorridere “...Anche loro.”

Pensava alla nobiltà fottuta e alla pelle bianca.
In quel turbinio di psicosi, dove la schiera delle stelle fisse s'inchina a Copernico, si era cucita le perle nella carne e, ballando a occhi aperti nel buio, s'era promessa d'attendere chi fosse stato così abile da fargliele scivolare via. Mentre ripercorreva i suoi giuramenti, e le leccate altrui che ti lisciano l'anima, tirò il freno a mano. Accese il tabacco fermandosi davanti ad un albero solo e concluse, tra sé e sé “farle scivolare via...senza strapparmi di nuovo la pelle di dosso”.

Quanti occhi aveva visto, in così poco tempo. In ogni colore alberga una storia. “Mi mancava solo un racconto...chiaro.”. Sbuffò l'aria caliginosa tra il volante e il finestrino e disegnò uno dei soliti simboli. 
Pensava alle Terre d'Oriente. Ai prati segreti. Alla nebbia che lascia spazio alle radure...miracoli nei quali d'inverno puoi solo sperare. “C'è tanto tempo”, del resto.
Adesso che era mezza stordita da un nuovo bourbon e dall'ossigeno rarefatto, si era appena inventata una favola di pirati, con le onde alte e mare turchese. La battaglia di una notte. 
Sai com'è, per non sentirsi soli...per non sentirsi vuoti. (O svuotati? Ma alla fine...che importa?)
Ci avrebbe trovato Dio, se solo avesse avuto ancora la voglia di fidarsi di lui.
Occhi...Chissà quanti. Nuovi, ma usati. Per cercare. Per trovare. Lo specchio di un'illusione. Il dubbio che tiene in vita.
Si grattò i lividi sugli avambracci e sulle cosce. “...è l'inconveniente di lanciarsi nel vuoto”. Poi guardò le bruciature sulla gola e sulle guance. Nasconderle con il fondotinta sarebbe stato un gioco noioso, adesso che le facevano credere di essere così brava con il trucco.

Quando il motore d'avviamento fu caldo, forse sin troppo, si lanciò in un tunnel di stelle.
E vennero le chiavi nella toppa. E lo scialle d'argento che cadeva a terra. E in punta di piedi, respirando quel luogo dove regnava puzzo di aria fresca, sorrise allo specchio, di fronte al rimmel che aveva retto in modo quasi incredibilmente dignitoso.
Aveva venduto di nuovo mille immagini gloriose di un altro sé. E, tutto sommato, anche di questo sentiva di andare fiera.
“...ma è troppo tardi stasera”. Decidendo di lasciare la matita nera sugli occhi, affascinata dall'idea di un cuscino come Sindone Profana tutta personale, si spogliò del vestito di tulle e taffetà.
Il telefono vibrò sulla tavoletta del cesso. “Pensa te, la telepatia...”; e non perse occasione di sorridere.
Aggrottò un sopracciglio e controllò come il taglio sul petto fosse ancora fresco: “A posto, grazie.” 
Mentre rispondeva, le scivolarono le carte dalla trousse dei rossetti. Le cadde l'occhio su un paio di assi e distrattamente giocò per un attimo con i calli delle dita
“Fa molto meno male di tutto il resto...Domani, però, passa a prendermi la penicillina.”

sabato 15 ottobre 2011

Buonanotte di salmastro.

Camminò a lungo dopo il suo ritorno. Il cielo che gli aveva regalato il respiro, ormai stava già dormendo. Nemmeno le rotaie ferite dalla ruggine e dalle lacrime erano riuscite a distoglierlo dal profumo del sale.
Infilò le cuffie alle orecchie e si diresse con passo sicuro verso dove tutti avrebbero saputo che sarebbe andato se gli fosse stata data la possibilità di scegliere. Stivali ai piedi.
Era l'unica anima nel silenzio e non aveva, per poco, una coda morbida.
Ma il rumore del cuoio lo faceva somigliare quasi a una donna.
“Mi basta questo.” Fece finta di accendersi una sigaretta “Non mi serve esserlo.” La spense nella sabbia e sorrise “...Non mi serve averlo.” Leggeva libri di alchimia quando sfidò gli scogli bianchi.

“Sento freddo...” I peli sulle gambe erano spine.
I capelli ricresciuti da un pezzo. L'ultima volta che li aveva tagliati sapevano di buono. Adesso, però, aveva deciso di portarli con l'odore del vento.

Spalancò le palpebre. Con le pupille, con le unghie, nel ventre...Avrebbe divorato qualsiasi cosa. Qualsiasi gesto. Carne. Parola. Sguardo. E i ricordi che graffiavano le guance. E quegli occhi che stupravano i suoi pensieri. La Terra della Luna aveva avuto un senso anche nelle notti di buio liquido, quando si ruba la vita e si abbandona per strada ogni logica.  E si accolgono i figli del dubbio.
Questa sera invece la notte proiettava anche le ombre...e parlava degli altri e di sé stessa.

“Dove sei?” si alzò di scatto. E iniziò a vomitare una corsa sul muro frangionde. “Dove sei andato?”
Da solo. Così solo non c'era mai stato. Così vuoto e così pieno. Così tutto.

Si frenò, colto dal tepore dell'inaspettato. Un gatto gli camminò incontro. Gli fece le fusa ai piedi di Stella Maris. Come se fosse stato il tramonto. Come se fosse stata l'alba. Come se fosse...la vostra tenebra è un'illusione per chi custodisce la luna.

“Non ingannarmi...” Rideva. Respirava.
In bilico con le punte dei piedi tra gli elementi, giocava ad essere il fuoco...ma si sentì chiamare per nome.
Sapeva di pelo e di magia. Senza guardarlo glielo promise. Con il solo tono della voce. Con gli occhi chiusi, per confondere la luce. “Io...solo perché a modo mio ti amo. Io...te lo impedirò.”

giovedì 15 settembre 2011

Bianca.

Bianca stava ascoltando la musica e non sapeva che quattro giorni dopo il disco si sarebbe rotto.
Il ritmo del reel aveva incalzato talmente tanto che era andata fuori tempo.
Rovinosamente.
Qualcuno sa che le fu offerto un metronomo usato.
Rifiutò senza pudore, rischiando da sola il disastro.
Adesso sta ballando da sola in mezzo al giardino. La musica si è svegliata dentro.
I vicini si affacciano alle finestre. Sembrano gatti rossi.
“Mi guardano male” lei pensa. Quando pensa di meno invece crede che siano semplicemente sordi.
Nel mentre, sogna di partire per il Nord.

Bianca è l'ombra di un superlativo.
Bianca ricorda e sente. Ascolta il sangue dentro.
Davanti ai fiori dei castelli respira la notte e il giorno, abbraccia l'universo e la terra, lecca le ferite proprie. E altrui.
Cerca nuove canzoni.
I vicini la chiamano e non la trovano. Sembrano formiche.
“Certo, ma solo se li vedi qui dall'alto” lei mormora. Quando invece sprofonda nel mare...non li vede. Quindi non ci sono.
Nell'acqua il suono è un'onda. Fu per questo che gli diede la mano.

Bianca ha bisogno di nutrirsi.
Beve caffè e spine. Annusa tabacco. Infonde mescalina.
Quando si sbucciò il ginocchio ci pianse sopra.
Poi era il segno di un viaggio. Lo reinventò e lo coprì con la garza bianca. Bianca.
I vicini non lo sanno. Sembrano ombre lunghe nella sera.
Dipinge quadri con gli odori.
I tramonti, ad esempio, profumavano di sale. Adesso sanno di ippocastani. Domani...
“Domani chissà se avrai ancora un naso” lei scherza. Ma crede di sì.
Fa sempre una faccia buffa quando gioca. E, detto questo, regalò un sorriso in apnea.

Bianca scrive perché non riesce a parlarsi.
Bianca si manca, ama e non rinnega.
Osservare e domandare. Tutto è lecito. Rispondere è solo cortesia.
“Come quando bussi...come quando telefoni”.
Come quando ti guardi e non sai dove andremo.

giovedì 21 luglio 2011

Pilastri del mio incanto per la vita.

Il salmastro sbuffava nel vento mentre le ombre si allungavano verso gli stecchi portati dal mare in piena libecciata.
I vecchi avevano sempre insegnato che il libeccio scuote le onde per tre giorni. Io credo adesso che entrambi iniziassero a dubitare della saggezza popolare. Il punto è che rimaneva loro ancora quel sacro timore che impediva di contraddirne parole e concetti. Ma tant'è...

Le orme sulla sabbia si disegnavano pesanti e leggere. Erano le impronte di una vita.

Quante cose che dicono le orme sulla sabbia...Voltarsi e riosservarle mette in discussione ogni certezza. Sempre che ne esista qualcuna veramente vera in questo mondo. Uno si girò, seguito dalla fede dell'altro. La fede è il dubbio...non so se si possa dire il contrario. Ma che importa?

Si fermarono e si sedettero a perdere lo sguardo nell'acqua. Poi tra le nuvole che avevano le forme che dicono i bambini. Poi il monte ferito, che se ci pensi ti verrebbe da scoppiare a piangere. Io però li vidi sorridere di nuovo.

Si avvicinò con un abbraccio caldo, di quelli che non possono non aprirti il cuore: “A cosa stai pensando? Dimmi quello che vuoi dire. Ti prego...Dimmelo...” Lo ripeteva.

Lo sentiva. Lo ascoltava. Sorrise.

...Al liceo, quando ti riempiono la testa di epica ed etimologia, lo avevano tradotto in dolore del ritorno. L'Odissea, ora, era uno dei suoi libri preferiti...e sa Dio quanti sberleffi si sarebbe dovuta sorbire se avesse detto anche questo. Ma l'etimo e le parole, senza colpa, possono sfregiare le emozioni, nel nome della fretta del dover comunicare.

Con l'indice tracciò un quadrato sulla battigia e completò un disegno.

La nostalgia inizia quando una presenza getta uno strascico nell'anima.

“Non sono mai rimasta aggrappata così tanto a questo posto, perché questo posto aveva roccia e sale...ma non aveva occhi.”


Porque eles fazem parte do mundo que eu,
tremulamente, construí,
e se tornaram alicerces do meu encanto pela vida.
(Vinicius de Moraes)

[Perché fanno parte del mondo che io,
in tutta la mia insicurezza, ho costruito,
e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita]

sabato 16 luglio 2011

Le donne...

Le donne imparano a non parlare.
Le donne sanno. Assaggiano nell'aria il profumo dei capelli e si fanno accarezzare solo da chi custodisce il sacro calore umano. E gliene sono grate.
Le donne sono come i gatti.
Le donne ascoltano, ripetono. Sussurrano. Pensano troppo e pensano che non sia mai abbastanza.
Le donne sorridono in controluce. Si pettinano i boccoli arruffati dal sale e non sanno di essere viste. Può darsi. Forse sì.
Le donne ti guardano al tramonto come se fossi il mare, come se fossi il sole. Come se fossi l'Ombra. E sanno che sei luce.
Le donne contano le rughe e gli anni. I capelli bianchi. Scherzano e non c'è rancore.
Le donne piangono per non dire. Ridono per parlare.
Le donne ascoltano il sangue che scorre nel torace, nelle braccia, sulle guance. Respirano del tuo respiro.

Le donne possiedono tutti i nomi. Ma osservano in silenzio.
A cosa servono le parole quando non possono raccontarti il mondo?

mercoledì 23 febbraio 2011

Le parole.

Se ne stavano uno accanto all’altro, davanti alla finestra, in un silenzio immenso che aspettava solo che l’alba sorgesse di nuovo.
Un po’ di fumo, tutt’intorno, rendeva quell’atmosfera già un po’ blasé di chi pensa e non parla, di chi osserva e non dice, un cubo di aria al sapor di anice e cannella.
Con un retrogusto di rosa…ma quello si sente sempre dopo.

“Sai qual è il problema?”

Anche i fiori secchi respiravano la notte.

“…A proposito di cosa?”
“Di tutto…e di niente.”

Le ombre iniziavano ad apparire sugli alberi di fronte al davanzale, con una timidezza degna solo del crepuscolo.

“…Il problema è quando non trovi più le parole per raccontarti.” La brezza lassù era fredda, nonostante si fosse già varcato giugno. “…A quel punto, non so…o cerchi un buon suggeritore…O non ti resta che chiamare il sipario.”
Tagliò la sottile colonna d’incenso con una mano ed accennò un sorriso al sapor di limone.
Aveva un che di buffo il riflesso del buio della stanza su quel vetro irrimediabilmente ticchettato da una pioggia un po’ vecchia e dalla pigrizia.
L’altro si scostò dal davanzale con un gesto più o meno deciso: iniziava ad avviarsi verso la cucina, e lui lo guardò con sguardo interrogativo.
“…Ma nessuno ti impedisce di iniziare ad inventartene di nuove.”
Era di spalle. Ma la voce chiarissima.

“Vieni. E’ abbastanza tardi perché il tè sia pronto.”

Lui alzò un sopracciglio e ridacchiò, chiudendo la tenda.

("Le parole." Naeratus, Tallinn - 02 Giugno 2009)

lunedì 7 febbraio 2011

Naeratus, i sogni ed i freni.

Sarà la giornata, sarà l'aria di Milano. Ieri Claudio mi ha stimolato il ricordo, prima di andare a dormire. La cosa terribile è che se ricordi di notte allora non hai più scampo. Finisci dritto dritto in mezzo alle parole, e alle parole dai un'anima di immagine. Così, ti rapiscono i sogni.
I sogni mi hanno portata nella loggia del Raekoda. Mi ci sono nascosta ed ho sorseggiato tè bianco. Proprio quel tè bianco che nei giorni della birra dello studente (sostanzialmente ogni santo mercoledì al Molly Malone's, a sinistra guardando la Tudengimaja) mi ostinavo ad ordinare, quando la cameriera finta mora passava al tavolaccio con non-chalance convinta che tutti si abbandonassero al due birre al prezzo di una e si imbatteva nell'eccezione che conferma la regola. Solo ora mi balena in mente che abbia pensato che fossi o totalmente pazza o ostinatamente oppositiva. "Cosa volete?" "Birra" "Birra" "Birra" "Birra" "Tè bianco, grazie" "Scusi?" "Tè bianco" "Tè bianco?" "Esattamente, grazie" "Ne sei sicura?" "Se le dà fastidio posso scriverlo io..." ...e un sorriso. Naeratus. Non era una risposta cattiva, devo precisarlo...alla fin fine ridacchiò anche lei, qualcosa di quasi osceno per la compita serietà che si ritrovano. Alla lunga, poi, ci si era abituata.

Mi manca. Mi manca. Non dovrei più pensarci a Tallinn. Sono plurimaniaca ma monotematica. Ogni sei mesi ci ricasco e mi stordisco di ricordi.
Quando penso sono una bicicletta senza freni.
Se continui così, prima o poi andrai a sbattere su qualche muretto, te lo dico io. Ma se ti conosco bene, recupererai anche la ruota sghemba e ricomincerai a pedalare. Tanto, che differenza fa? La meta è un surplus...l'importante è viaggiare.

lunedì 8 novembre 2010

Pointe du Raz. Cabo da Roca.

Fammi tornare a Pointe du Raz ad abbevararmi di sogni...oppure fammi toccare di nuovo la croce di pietra al Cabo da Roca. Quando vedevo l'oceano infinito non esisteva il tempo - e lo spazio è un'illusione. Sai? Voglio la pace che ti sovrasta quando non ti accorgi delle ore: tutto è superfluo...e ti culla il silenzio.
E quando il sole si inabissa ti senti cadere, ti uccidi di vertigine, e sei tu - solo, con te stesso.
Fammi tornare a correre tra gli scogli così alti da toccare il cielo, umidi di sale e di pericolo. Lascia che mi spinga in controluce e che del mio corpo non possa esistere un'immagine. Tremerò dell'ululato del diavolo tra la spuma di sale e le gole. Scivolando mi strozzerò di affanno...e scoprirò che respiriamo ancora.
Aspetterò la notte che sembrerà giorno e riderò d'isteria, paga d'aver trovato il nulla al di là dell'oltre.
Questo è quel che cerco.
E non avrò bisogno di dar nome alle cose, perché allora nell'anima non esisterà un solo nome giusto.

martedì 13 luglio 2010

Coelum, non animum, mutant qui trans mare currunt.

Ritrovarmi, forse, non era che la più grande illusione.
Ritorno dalla Bretagna e di nuovo mi trovo in partenza. E' bello, come una droga.
Ho viaggiato 4000 chilometri, spostandomi in automobile. Due dimensioni.
Asse delle ascisse, asse delle ordinate. Ieri Alessio parlava giusto...Non hai un sopra ed un sotto in cui muoverti in automobile. Il tuo vincolo è la terra.
Io, vincolata a terra, penso più che in aria. In aria mi distraggo con le nuvole. A terra non puoi, giri la testa troppo in alto per vederle, e ti viene il torcicollo.
A terra scorre tutto come un film, il 3D funziona solo a metà.

A terra mi sono vista, e specchiata, e confusa nell'al di là dell'oceano. Io ero la striscia sabbiosa delle spiagge della marea. Agogna l'acqua. La ha. Le viene tolta. Non sa se è terra o se è mare, perché Dio...o la Natura...o chi per essi (che importa?) le ha dato la grazia di godere di tutto. Ma non avere niente per sempre.
Il viaggio ti dà. Il viaggio ti toglie. C'è sempre una partenza ed un ritorno. Quando torni hai visto, quando torni hai conosciuto. Non ci erano andati lontano i Greci con "Oida".
Quando torni, però, hai anche perduto.

Ho cercato di sopprimere l'angoscia con gli affreschi e con le croci.
Ero la sabbia del deserto dell'Arabia, o è sabbia l'anima in cui mi muovo.
Mi sono accorta fatta di carne sentendo le vene pulsare nel collo, scivolando ad un passo dal burrone di Cabo da Roca. Erano roboanti di saudade e di vita.
Ho leccato la neve il 20 di giugno e mi fa di nuovo male sognare un amore che muore.
Avevo lo sguardo pieno di domande sui menhir di Carnac.
Poi, mi hanno vista a Pointe du Raz toccare la luce gelida del sole delle 23, mentre piangevo sui cespugli di erica ispida e rosa, per la gioia di vedere un coniglio selvatico. Correva lungo il suo sentiero a strapiombo sull'Oceano. E non temeva il suo mondo.
L'ho scritto al piccolo Diego. Ha solo 5 mesi, ma i bambini capiscono prima di chiunque altro. Se tratterai con rispetto, nessuno vorrà farti paura.

E adesso? Chiudo il mio cerchio.
Vado a creare qualcosa di nuovo, il vecchio non ci deve interessare riaverlo indietro.
La vita, mentre è ricordo, cammina in proiezione. Amalgama passato e desiderio. Partorisce il presente.

Nondimeno, non ho mai amato le partenze.


Ti sradicano di volta in volta e ti limano come un sasso di fiume. Ti trascinano a riva e poi chissà dove.
Ma come un sasso di fiume si gode il suo viaggio, per metà già scritto, ma non per questo conosciuto, un sasso di fiume non deve ritornare a monte.
Questa è la sua condanna.
Forse questo è anche il suo piacere.



Coelum non animum mutant qui trans mare currunt.
...Il punto è che non puoi ritrovarti, perché non ti sei mai perso.

giovedì 24 giugno 2010

Naeratus, l'estate e la forma fisica.

Sarà il sole, sarà il profumo dell'estate che sembra finalmente arrivata, saranno i progetti che sto pianificando con allegria e senso di libertà...ma insomma, mi sento estremamente motivata.
A far cosa? Praticamente tutto.
Il fine settimana in Trentino Alto-Adige è stato rinvigorente, anche se abbiamo beccato pioggia e neve (esattamente. Neve il 20 di Giugno) ed ho sbagliato le riprese shootando in infrarosso tutto il tempo. Il motivo di tutto questo è ignoto. Ieri, riguardandole, ci sono rimasta un po' basita.
Però c'è dell'arte: sembrano fatte apposta al rotoscopio. Così, a chi mi chiederà perché facciano così schifo, risponderò con una qualsiasi menata cinefila e filmologica tipo "è un effetto costruito appositamente per spiazzare lo spettatore e renderlo partecipe della sensazione lisergica che caratterizza l'animo impressionato dall'imponenza del ghiacciaio e della roccia dolomitica...".
Tutte palle, però regge sempre.

Poi, punto due, in attesa di cose migliori per cui esaltarsi: mi è arrivato Oxygen! [N.d.R.: rivista statunitense di fitness femminile]
Ordinato qualcosa come 3 mesi fa via internet è giunto l'altro ieri nella cassetta della posta dall'Inghilterra.
Adoro quella rivista tanto quanto mia madre la odia.
La compravo sempre quando andavo in palestra a Tallinn (qualcosa tipo 2 ore al giorno tutti i giorni, visto che con -15°C fuori era l'unica attività che ci si può permettere di svolgere nel tempo libero, a meno di una certa dimestichezza con lo sci di fondo...).
Ovviamente, al mio ritorno, le suddette copie di Oxygen, trattate con tanto amore e cura nel loro appartamento di Kaupmehe sono misteriosamente scomparse e si teme il loro assassinio nei bidoni della raccolta differenziata della provincia di Massa-Carrara.

Adesso però verranno protette da lucchetto e saranno un valido aiuto per mantenere alto morale e grinta nei miei obiettivi ginnastico-salutistici.
Ho iniziato ieri la dieta - che consiste principalmente di mangiare con criterio ed evitare porcate per quanto possibile (magari uploaderò qualche ricetta su Gnammotattica! ), programmato l'allenamento e fissato a 17-18% la percentuale di grasso corporeo da raggiungere.
Mangiare sano, fare molto movimento, e perdere grasso - non necessariamente peso.
Non mi sembra un piano criminoso.
La mamma starà tranquilla...anche per stavolta non diventerò Miss Olympia.
Forse.

martedì 15 giugno 2010

Naeratus, le zanzare e le strategie fallite.

Ore 1:12 della notte. Il termometro alla finestra segna 22°C.
Naeratus si imbozzola in un insieme informe di pigiama, calzini, lenzuola e copertine a fiori rosa.
E' evidente che creare un ambiente climaticamente ostile all'unica zanzara che s'aggira minacciosa in camera sparando a palla il condizionatore non è stata una strategia vincente.
Ma nella vita, si sa...bisogna procedere a tentativi.
Questo, nella fattispecie, segnerà la mia morte per ipotermia.
La zanzara si godrà una granita al plasma.

venerdì 4 giugno 2010

Naeratus, la libertà conquistata e la striminzita sintesi di una valanga di idee.

"Libertà!"

No...non è che mi senta molto Mel Gibson in Braveheart.
Il punto è essenzialmente uno: esami terminati. Finiti. Kaputt!

L'ebbrezza godereccia interiore di far firmare l'ultimo voto sul libretto è qualcosa di estremamente gustoso.
Se poi è un 30L e lo stai facendo verbalizzare davanti allo spavaldo pischello che si sta dannando chiedendosi chi, “...Chiiii???!” se non lui, abbia preso quella lode che a sua detta “una in più faceva tanto comodo”, quella scena davvero non ha prezzo.

Sì. Sono immensamente odiosa, lo riconosco. Ma per una volta mi concedo un piccolisssssimo peccatuccio di superbia. Così, per insaporire la giornata.

Viva Sant'Eusebio!

Ora non resta che concludere la tesi, spostata a novembre per traversie dentistiche e psicotiche varie. Di buono c'è che manca sì e no una ventina di pagine, i relatori sono entusiasti ed ho individuato dei buoni contatti cui vorrei proporre un paio di interviste.

Ma adesso?
Una settimana abbondante dopo aver salutato l'ultimo degli esami (“L'ultimo degli Esami” - qui ci sta una musichina epica a suon di violini) mi viene da fare naturalmente il resoconto.
Il bilancio.
Insomma, un modo come un altro per dire che anche qui, di tanto in tanto, si pensa. (Ora mi aspetto un “Oooooh” di incommensurabile stupore generale).

Iniziamo.
1. Siamo a quasi un anno dal mio ritorno in Italia. L'Erasmus ti butta fuori. Tanto. E questo lo scrivo per chi capita su questa strana pagina, magari dopo qualche ricerca su Google digitando “erasmus impressioni” “erasmus studiare”...So che lo fate, ho i dati alla mano.
Cos'ho da dirvi? Anch'io prima di partire mi preoccupavo di cose tipo andare fuori corso, non riuscire a dare esami, vedere distrutta una fulgida carriera scolastica. Sono una secchiona, tengo al mio libretto universitario ed al successo nello studio come ad un pezzo di coscia senza cellulite. Forse anche di più.
Ebbene, alla luce di tutto questo, dico: andate. Non fatevi venire questi dubbi cretini. Spazzateveli via dal cervello. Se studierete, riuscirete a sostenere tranquillamente tutti gli esami che vorrete inserire in piano di studi Erasmus. Ma andate.
Il difficile non sarà partire, vi avverto.
La parte più difficile sarà tornare indietro.
Qualcuno andrà fuori corso, ma io posso giurare che un'esperienza così straordinaria, così (s)travolgente, così mozzafiato ben vale le difficoltà a riprendersi, fosse anche perdere un anno. E sono pronta a sottoscriverlo.

2. Tornata a casa. L'estate sarà qui, a Carrara. Mare, monti, tanto sole. È un posticino mica male questo! Pecca un po' (tanto) in organizzazione ed in spirito imprenditoriale. Checché se ne dica, a parer mio una spinta sul versante delle attività turistiche e co-partecipative non farebbe altro che bene...specie se unita alla valorizzazione del territorio in cui, bisogna ammetterlo, non siamo proprio dei geni.
Ma, discorsi generali a parte...dal momento che nessuno organizza nulla, devo individuare delle attività ricreative per non finire a fare la lucertola sulla spiaggia – o, peggio, sulla scrivania.
L'ideale sarebbe riproporre una sorta di ESN, qualcosa che aggreghi giovani in attività comuni, fossero anche solo prendere tutti insieme la bicicletta e inventarsi piccole gite sul territorio nostro/circostante, fotografia, gare di castelli di sabbia, riunioni di cucina, serate karaoke, cineforum.
Qualche itinerario in mente ce l'ho, oltre ad una serie di buffi progettini!
Nota triste: peccato che manchi la compagnia.

3. Sono nati i cactus! Visti oggi. Seminati intorno al 14 maggio, ora sono piccoli pallini verdi nelle loro vaschette! Troppo felice...

4. Furbizio ha iniziato, da bravo ingegnere informatico, a lavorare.

4bis. Il consorte smanettone, nonostante questo, verrà impegnato nella creazione di un nuovo brillante (?) sitarello di tattiche di sopravvivenza culinaria. Dedicato al pallido frigo dello studente fuori sede (presente!) sarà il tentativo di dimostrare che vivere economicamente senza digerire alimenti firmati (vedi alla voce “Findus”) si può! Insomma, un piccolo compendio per liberarci dalla sudditanza da tonno in scatola.

5. Ho una voglia terribile di viaggiare. In aereo, treno, nave, auto, bicicletta. Anche a piedi.
Non importa la distanza...le gambe mi formicolano ed hanno la smania del “giretto”. :)

Stop, per ora.
Ogni tanto frullano le idee, prima che la melma cerebrale incontri un nuovo prolungato periodo di stasi forzata.
Mi sembra di essere la lepre della barzelletta...ma sono fondamentalmente felice per questo.
Altrimenti non sarei io.
Forse sarebbe meglio per la società.
Vado a farmi un tè.

mercoledì 24 marzo 2010

Le parole. [parte seconda]

Era voltato l'anno e non restava nemmeno l'odore del tè nell'aria.

Il mezzogiorno era solo un ricordo. Rimaneva il profumo delle quattro del pomeriggio a riscaldare le narici, mentre la luce paglierina che aveva appena vinto sulle nubi gonfie d'acqua filtrava dalle feritoie nelle tapparelle tirate a metà e si disponeva in filari carnosi, evidenziando le danze della polvere al di sopra della sua testa.

Lui era lì, chinato sul pavimento. Il palmo sinistro poggiato tra il parquet e l'ennesimo foglio A4, livido di sudicio e di sferzate di carboncino. I jeans, tirati nell'accosciata, lisi ormai sulle ginocchia, erano colpiti a ritmo sincopato dalla matita nella sua destra, che non accennava a fermarsi.
Quello sguardo fisso a terra, gonfio di rabbia e di sudore, lo volse per un attimo verso est:
i passi che risuonavano pesanti e goffi sul pianerottolo di grès erano come la voce della propria madre, per un udito che non aveva registrato che il Silenzio.

“...Dio...allontanalo...” La mente labile si sforzava controvoglia di rimanere lucida...ma mescolava i pensieri come si mescola l'acqua nell'onda.
“Dio, ALLONTANALO!!!”

La preghiera non era mai stata il suo forte e da tempo aveva preso l'aria di una buffa superstizione.
Bestemmiò. Digrignò i denti. sempre più furioso. Sempre più cieco.

L'altro fece un respiro. Passò i polpastrelli sui capelli cenerini bagnati di pioggia fresca.

La pioggia, certe persone, le avvolge in tutte le sue lacrime...e mimetizza le loro.
Per conto suo, la incolpava da tempo immemore per il velo di malinconia in cui si nascondeva, salvo poi smentire tutto all'occasione. Spinse sulla maniglia, senza sforzo.
Aveva gli occhi tristi. Come sempre. E portava nel respiro affannoso l'umidità del cielo.

Entrò col suo passo lento ed importante, di chi dà nell'occhio per natura, e sentì un tuffo allo stomaco nel vederlo inginocchiato al bordo del tappeto. “La porta era aperta...”.

Immerso in quella stanza coperta di polvere e tappezzata di carta e disegni, c'era lui: così giovane e smilzo, liscio in viso...solo una barbetta ramata ad incorniciarne il mento. Impassibile, s'aggrappava alla fissità dello sguardo, bloccava le smorfie a terra e continuava frenetico a segnare i fogli.

Avanzò col suo camminare cadenzato, cercando di non far rumore.
“E' difficile parlare senza...” Un altro passo e gli fu alle spalle “...senza parole”.
Osservava ed inorridiva di fronte ai segni, ai simboli sparsi nel caos primordiale di quel corridoio. Di quella sala. Una partita a scacchi. Cercava un appiglio alla memoria di chi sembrava morto dentro.

Si sedette sul divano verde e giocò per un secondo con la polvere di qualche incenso al fiordaliso spentosi nel posacenere lì davanti.
“Voglio dire...” Si alzò dimostrando il suo dolore e la sua insofferenza “...dev'essere dura non avere simulacri in cui racchiudere il mondo”.

Poggiò la destra sulla spalla di lui e lo invitò dolcemente a una torsione. Lo chiamò per nome.

Si voltò con le guance rigate di lacrime. Vecchie di mesi.

Sembrava forte. Tutto in lui sembrava forte, ma non resistette oltre. “Cosa significa?” lo attaccò, strappando i disegni “Cosa significa tutto questo?!” Con un gesto ampio della mano indicava pareti e terra, indistintamente, prima di scuoterlo aggrappandoglisi con le mani alla base del collo.

Lui chiuse gli occhi e si liberò con delicatezza. Con un pollice asciugò le lacrime dell'altro.
Non ne aveva mai viste sgorgare...Era evidente che avesse sempre aspettato che si confondessero con la pioggia.
O la neve...

“Io ti ho aspettato...tu lo sapevi. E non sei tornato che adesso.”

L'altro lo guardò aggrottando le sopracciglia in un moto di colpa e di insicurezza ed ammutolì il respiro.

Lui proseguì. “Tu mi dicesti che avrei potuto inventarmene di nuove, di parole per raccontarmi...” scoperse la spalla, mostrò le cicatrici da cui era dilaniata anche la sua pelle. Finalmente non oppose più diniego nel fissarlo in volto.
“Questo” gli costrinse la mano sulle scarificazioni “non era che il modo per gridare quelle che noi due già conoscevamo...”
Gli allontanò il braccio e lo superò, incamminandosi verso lo scaffale delle teiere
“...Ma che tu non hai mai ascoltato”.

mercoledì 10 febbraio 2010

Naeratus, Alice ed i sorrisi al limone.

Teatro Studio, prima balconata, posto numero venticinque – sinistra.
I bambini in platea si voltavano piano piano a naso in su, stamani, col passaparola, pensando di non dare a vedere. Come potevano immaginare che il faretto che bruciava le loro retine consentisse a me di contare i loro capelli.
Credevano che fossi io Alice. Ci sono rimasti un po' male quando la vera attrice è entrata in scena dal basso e non aveva né camicia bianca né golfino azzurro.
No. Oggi non ero Alice ma le sue parole, ogni singolo suono che snocciolavano, diventavano mie.

“Chi sei tu?”
“Una volta sapevo chi ero. Adesso...non ne ho la più pallida idea.”

Un anno fa, a quest'ora, sapevo che tutto era bianco. Sopra e sotto. La neve. Il cervello. Il respiro. Il sangue.
Oggi, invece, a Milano, di bianco c'era solo il cielo.


A volte mi fermo a pensare. A volte mi fermo e basta. E l'unica cosa che risolvo veramente è di continuare a sorridere, sia pure un “sorriso al limone”.
Naerata.

So che c'è qualcuno – che non si abbasserà a leggermi – che subito mi redarguirebbe: “Il riso abbonda sulla bocca degli stolti”.
Sarà.
Io penso che questa l'abbia inventata un tale che si credeva tanto serio.
...In fondo non era meno ridicolo di tutti gli altri.





...“In quella direzione,” disse il Gatto, roteando la sua zampa destra, “vive un Cappellaio. E in quella direzione,” sventolando l'altra zampa, “ vive una Lepre Marzolina. Va' a trovare chi preferisci: entrambi sono matti.”
“Ma io non voglio andare in mezzo a gente matta.” rimarcò Alice.
“Oh, non puoi farci nulla,” disse il Gatto: “ siamo tutti matti qui. Io sono matto. Tu sei matta.”
“Come puoi sapere che io sia matta?” domandò Alice.
“Devi esserlo,” rispose il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui.”...

lunedì 8 febbraio 2010

Naeratus, la fine della sessione ed i buoni propositi a medio termine.

E anche questa è fatta.
Andato, via, sciò! Peraltro è stato un esame anche molto interessante, visto che quando si parla di comunicazione si tirano in ballo sempre e solo TV, carta stampata o, al massimo, internet. Dedicare un po' di tempo alla radio mi sembrava doveroso...e pare sia stata una scelta azzeccata.

Ci si pone ora un temibile interrogativo sui propositi a medio termine:
"Cosa fare adesso?"

  • Il futuro è immolato al Dio Studio. Insieme al Dio Fitness compone l'Olimpo sovrannaturale che scandisce con ritmi di devota preghiera la giornata di Naeratus. Dal Dio Studio procede la Santa Tesi ed i libri scritti per mezzo del Suo Sacro Spirito. Amen.
  • Leggere Italo Calvino con “Se una notte d'inverno un viaggiatore” e qualsiasi altro libro che non sia obbligatorio per un qualsiasi altro esame. Sì, esatto: nessuno mi costringe a leggere Italo Calvino. Mi piace di mio. Si chiama schizofrenia, o se preferisci, masochismo. Sono perfettamente conscia e felice di soffrirne.
  • Apprendere qualcosa in cui “partendo da un oggetto, tramite tempo e lavorazione, se ne possa ottenere un altro” (dichiarazione di Naeratus, inizio febbraio 2010). No, questo processo non include alcuna forma di digestione.
Ho optato per la lavorazione a maglia, aggrappandomi ad un'unica, validissima, incrollabile motivazione:
i gomitoli di lana sono colorati e morbidi.
Ti sembra una ragione poco consistente? Probabilmente, all'interno del tuo gruppo di amici, quello ad essere odiato dalle persone ricce per mettere sempre le mani nei loro capelli non sei tu.
  • Indagare sul biondolo stragnocchissimo alto, con gli occhi azzurri ed incredibilmente figo che era oggi in mensa, scoprire se è davvero di provenienza terrestre e trargli un'imboscata nei giardinetti dietro la biblioteca.
Ehm, dunque...questa forse non potevo scriverla.

giovedì 4 febbraio 2010